E’ risaputo che la Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo Status dei Rifugiati, adottata a Ginevra il 28 luglio 1951 ed il Protocollo addizionale del 1967 garantiscono che lo straniero perseguitato nel suo Paese d’origine può richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato. In altre parole, il cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, o non vuole avvalersi della protezione del suo Paese. Le medesime norme si applicano anche agli apolidi (cioè a quelle persone prive di nazionalità) che, per gli stessi motivi, non vogliono fare ritorno nel Paese nel quale avevano precedentemente la dimora abituale.

Inoltre, la Costituzione italiana all’ art. 10 co. 3 prevede che allo straniero al quale sia “impedito di esercitare le libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana” venga concesso “diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Questi sono i principi fondamentali alla base del concetto si Asilo Politico, ma passare dalla teoria alla pratica richiede, oltre alla conoscenza della normativa, una profonda conoscenza del modus operandi delle Questure. Chi ha avuto modo di passare qualche minuto nell’ufficio immigrazione di una Questura, si sarà reso conto delle difficoltà che vivono gli immigrati da questa parte del vetro ma anche delle difficoltà che affrontano i funzionari incaricati di gestire le pratiche di immigrazione in generale e l’asilo politico in particolare.

Capita ad esempio di vedere gente che arriva senza appuntamento dove la procedura stabilita dalla Questure prevede la necessità di un appuntamento, oppure chi arriva sprovvisto dei documenti richiesti dalla Questura per la formalizzazione della richiesta di Asilo Politico. Tutto questo porta ad una perdita di tempo per gli operatori della Questura e, naturalmente, frustrazione del richiedente Asilo Politico.

Cosa cambia con l’intervento di un Consulente specializzato?

Il Consulente in Migrazione agisce nel seguente modo:

  1. Spiega al richiedente Asilo, in modo dettagliato, la normativa di riferimento;
  2. Spiega al richiedente Asilo, in modo dettagliato, l’iter da seguire ad ogni passo della procedura presso la Questura;
  3. Fa da “filtro” – valuta preliminarmente la fattibilità del caso. Prima di accettare la pratica, valuta attentamente se ci sono i presupposti per la richiesta di Asilo Politico. Valuta, inoltre, eventuali alternative alla richiesta di Asilo Politico;
  4. Prepara e raccoglie tutta la documentazione occorrente, ad esempio, la dichiarazione di ospitalità, i documenti della persona che offre ospitalità, consenso del proprietario di casa ecc.
  5. Ove possibile, accompagna il richiedente in Questura e facilita il dialogo con i funzionari della Questura.

Questo approccio aiuta non solo il richiedente Asilo ma anche i funzionari della Questura in quanto il dialogo è facilitato e non c’è perdita di tempo dovuta alla non conoscenza delle procedure specifiche.

L’appartenenza ad un apposito albo fornisce garanzie sia in termini di preparazione del Consulente, sia in termini di un comportamento corretto del Consulente, regolato dal codice deontologico dell’Albo.

La firma del protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno, obiettivo che Migrazone sta portando avanti, permetterà al Consulente di lavorare in stretto contatto con le Questure facilitando ulteriormente il loro lavoro senza alcun onere a carico dello Stato.